Iniziamo a ripercorrere insieme le tappe della storia vampiresca sul grande schermo: dal Nosferatu di Murnau ai film con Christopher Lee
Il discreto fascino dell’orrore: è ciò di cui si nutre il vampiro, simbolo di tutte le caratteristiche che hanno fatto la fortuna dei film horror. Il gusto popolare per la paura, il mistero, il proibito ed il soprannaturale – da sempre emblema delle paure e delle tensioni segrete della società e dell’animo umano – fanno capo ad uno dei generi cinematografici più longevi. Il filone orrorifico, al cinema, prende spunto da credenze popolari, tradizioni religiose, fonti artistiche di ogni genere (letteratura, teatro, pittura…) e comprende, per definizione del primo saggio sull’argomento apparso su Sight and Sound nel 1952, «tutti quei film in cui il soprannaturale, il diverso ed il bizzarro hanno lo scopo ben preciso ed apertamente dichiarato di procurare allo spettatore forti shock visivi ed emozionali».
Film che, grazie alle immagini in movimento, rendevano tutto reale. Tangibile. E a portata di tutti. Con tali potenzialità a disposizione, i cineasti si resero conto che il vampiro, creatura tanto spaventosa quanto ipnotica, non poteva farsi sfuggire l’occasione di debuttare sul grande schermo. Molto prima di Nosferatu: il 1910 ed il 1913, ad esempio, furono anni molto prolifici per i vampiri al cinema. E già nel 1869, Georges Méliès aveva scioccato il mondo con un film di 120 secondi, Le Manoir du Diable, in cui il diavolo fuggiva alla vista di un crocifisso e si trasformava in un pipistrello. Sarebbe toccato al 1922, però, trasformarsi in una delle tappe fondamentali della storia dei vampiri di celluloide.
Il cineasta tedesco Friedrich Wilhelm Murnau con il suo Nosferatu – Eine Symphonie des Grauens diede vita al primo vero capolavoro della corrente espressionista. Ispirato al romanzo di Bram Stoker, Dracula, che vide la luce nel 1897, il film si servì di nomi diversi da quelli contenuti nel libro per via di problemi legati al diritto d’autore. La storia del Conte Orlok (Max Schreck) mostrava un vampiro che mescolava fattezze umane ed animali, terrorizzando lo spettatore e classificandosi ufficialmente come “mostro”. Divenuto popolarissimo, il Nosferatu di Murnau (raccontato – romanzato – dal film L’ombra del vampiro nel 2000) diede il “via” ufficiale alla prolifica produzione vampiresca.
Meno di 10 anni dopo, il vampiro sarebbe stato radicalmente trasformato, per diventare l’affascinante tentatore che tutti conosciamo. Il merito fu di Tod Browning, che nel 1931 realizzò il suo Dracula facendo dell’allora sconosciuto Bela Lugosi (già interprete della pièce tratta dal romanzo di Stoker, da cui era tratto il film) una star. Grazie all’avvento del sonoro e ai “grandi horror” anni ’30 targati Universal, Dracula divenne subito un classico. Il celebre Conte aveva ora fattezze umane, uno sguardo magnetico e modi di fare “esotici” (grazie all’accento del suo interprete, di origini ungheresi). E la battuta «Io non bevo mai… vino» fece il resto. Insieme, poi, ai numerosi film interpretati da Lugosi (ma anche da molti altri attori) che videro Dracula protagonista – a volte insieme a Frankenstein e L’uomo lupo – negli anni ’30 e ’40 (Il figlio di Dracula, La casa degli orrori, Vampyr di Carl Dreyer…).
Nel 1948, Il cervello di Frankenstein fece incontrare a Gianni e Pinotto diverse creature mostruose, fra cui l’ormai celebre Conte. Il risultato fu la nascita di un prolifico filone sulla parodia vampiresca, che in seguito ci avrebbe regalato film come l’italico Tempi duri per i vampiri (1959) di Angeletti e Steno, o il grande Per favore non mordermi sul collo di Polanski (1967).
Prima, però, sarebbe stata la volta della golden age inglese del vampiro. Negli anni ’50 la Hammer Films, una piccola casa indipendente specializzata in co-produzioni con gli Stati Uniti, si appropria della figura del vampiro per inserirlo in opere che attraggono il pubblico grazie ad un’elegante confezione: ricchi costumi, scenografie piuttosto elaborate ed un sapiente uso del colore. Il successo dei film della Hammer, simboleggiati dagli occhi iniettati di sangue del suo indiscusso protagonista, Christopher Lee, dà vita a numerose produzioni ricche di riferimenti gotici ed elisabettiani.
Nascono così una nuova scuola di attori (Lee, appunto, spesso affiancato da Peter Cushing) e di registi (primi fra tutti Terence Fisher e Roy Ward Baker).
Alla fine degli anni ’50, Hollywood assiste ad una forte crisi del genere horror e nel resto del mondo iniziano a svilupparsi ed emergere diverse nuove produzioni nazionali. Il filone vampiresco gode di grande fortuna soprattutto in Messico, Brasile e Spagna, ma anche in Italia, Francia, Germania e Giappone. Fra le principali produzioni italiane vanno ricordati I vampiri di Riccardo Freda (1957) e, all’inizio del decennio successivo, I tre volti della paura di Mario Bava (1963), film a episodi in cui il tema vampiresco viene affrontato grazie ad una storia tratta da un racconto di Aleksej Tolstoj.
(continua: appuntamento a martedì 21 aprile)
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