Conosciamo meglio la grande avventura dei telefilm, dai grandi classici ad oggi…
Oggi i termini telefilm, serie tv e serial tv si usano indistintamente. In ambito accademico, fino a qualche anno fa (e ancora oggi, in molti casi) si usa ciascuno di questi termini con un significato preciso, legato ad un determinato prodotto seriale, ma grazie al diffondersi del giornalismo specializzato (soprattutto all’estero) i termini sono stati “sdoganati” e la stampa, oggi, li usa indifferentemente. Comunque li si voglia chiamare, ad ogni modo, i telefilm rappresentano il genere d’intrattenimento più prezioso per la tv (il più potente fra i mass-media). L’origine dei telefilm va ricercata nel genere narrativo “a puntate”, quello che affonda le proprie radici nei feuilettons (i romanzi pubblicati “a pezzi”, con una cadenza variabile a seconda delle occasioni) dell’Ottocento e nei generi narrativi che dallo stesso feuiletton hanno poi preso ispirazione: i radiodrammi, le strisce a fumetti, le prime soap-operas e le saghe cinematografiche a puntate (i cosiddetti Chapterplays).
Il genere di narrazione proposto dal telefilm, dunque, non aveva nulla di nuovo. La vera novità stava nel veicolo scelto per proporlo al grande pubblico, ovvero il televisore. In questa sede, per ovvie ragioni di spazio, ripercorreremo solo le tappe essenziali della storia dei telefilm made in Usa, con un punto di vista molto generico, scegliendo di menzionare solo gli esempi più celebri adatti a rappresentare un’epoca. Un’epoca inaugurata dall’interessamento delle grandi majors per il televisore: nel 1951 la Columbia Pictures stanzia investimenti per la tv, nel 1954 Walt Disney firma la serie Disneyland per ABC, nel 1955 la Warner Bros propone dieci episodi di Casablanca (tratto dall’omonimo film, come spesso accadde all’inizio della storia dei telefilm), mentre a MgM tocca il 1957 con L’uomo ombra prodotto per il network NBC. Ad ogni modo, senza dimenticare che Alfred Hitchcock Presenta, il primo telefilm d’autore, fece la sua comparsa sul piccolo schermo di CBS nell’ottobre del ‘55, noi ci concentreremo – come “punto d’inizio” e di riferimento per gli anni ‘50 – sul primo grande cult made in Usa.
I love Lucy (in Italia Lucy ed io, foto) venne trasmesso dal network della CBS fra il 1951 ed il 1957, facendo del primo telefilm (anzi: della prima sit-com, per essere precisi) trasmesso in prime time un successo senza precedenti, celebrato dal record dei 10 milioni di telespettatori (per la prima volta nella storia della tv Usa).
I love Lucy, in cui Lucille Ball intratteneva il pubblico con i divertenti raccolti del suo ménage quotidiano e delle sue aspirazioni da star dello spettacolo, non rappresentò una rivoluzione solo per gli Usa. Visto il suo strepitoso successo, infatti, in tutto il mondo si rafforzarono le convinzioni che vedevano il genere seriale come “la miniera d’oro del futuro”. Qualcosa su cui puntare. L’Italia, ad esempio, produsse La svolta pericolosa – Una storia d’oggi nel 1959, inaugurando una fortunata serie di produzioni che sarebbero culminate in titoli di grande richiamo come Il tenente Sheridan.
Serie tv, sceneggiati, sitcom, telenovelas, soap operas: tutto, da quel momento in poi, iniziò a gridare ai produttori tv di puntare sul prodotto seriale. Ben più di mezzo secolo dopo, noi siamo qui per confermare che la strada era quella giusta. E per ricordare che subito dopo il successo di Lucille Ball, che sfruttava la formula “leggera” e “per tutti” della sit-com, autori e produttori rivolsero la loro attenzione alla fantascienza. L’attenzione per la tematica sci-fi che negli anni ‘50 imperversava al cinema come metafora della paura della bomba, della Guerra Fredda, del nemico (sovietico), si concretizzò in tv grazie a Rod Serling e al suo Ai confini della realtà. Una serie di grande successo, che teneva il pubblico dell’epoca col fiato sospeso grazie a racconti incentrati su situazioni “ai confini della realtà”, appunto, ma verosimili (e quindi spaventose) che si concludevano sempre con un colpo di scena (la cosiddetta “sorpresa finale”). Presto affiancato da Thriller (1960-1962), in cui Boris Karloff introduceva storie misteriose considerate ancora oggi fra i migliori esempi della tv fanta-horror, e da The Outer Limits (1963-1965), incentrato su argomenti simili a quelli della serie di Serling affrontati però in modo decisamente più “dark” e cupo, Ai confini della realtà si fece specchio di un’era, riflettendo sul piccolo schermo americano le paure della popolazione e rendendosi utile come “valvola di sfogo” per quelle stesse paure…
Almeno fino all’avvento dell’unica serie tv che fu in grado di dare una lettura positiva del futuro (molto lontano) che attendeva l’uomo. Il debutto di Star Trek, nel 1966, rivoluzionò per sempre i meccanismi narrativi del piccolo schermo, arrivando ad influire sulla cultura popolare come mai era accaduto prima e arrivando addirittura a spingere il progresso tecnologico (grazie alle invenzioni di Gene Roddenberry, che avrebbero ispirato gli scienziati di tutto il mondo). Quello stesso progresso tecnologico che, dopo il thriller fantascientifico delle serie di cui abbiamo parlato prima, diventò il fulcro di storie incentrate sulla tensione psicologica, sul carattere di uomini e donne costretti a prendere decisioni difficili e a fronteggiare l’ignoto, sulla voglia di esplorare i confini dell’Universo allo scopo di conoscere (basandosi sempre sul principio di non interferenza della Prima Direttiva) per non temere…
(continua)
adoro i telefilm… con quelli degli anni 70 e 80 ci sono cresciuto… che nostalgia!